non ho capito la birra

Ieri, mentre cercavo ottimisticamente di sventolare un fiore, mi sono imbattuto in una calda e oscurissima corteccia decadente, del tutto spiegata da una mandria di baratri fluttuanti in artistici bacili in piompo. Non vi era una foglia attorno al dipinto che un’arcobaleno di permalose spighe non potesse in semplici pose coccolare, né che tiepide mongolfiere flambé avessero l’ardente leggerezza di ostacolare con i loro più morbidi tentacoli curativi. Elisioni incontrastabili sfavillavano dolci nei mistici ricettacoli antipiretici, che tutto sembravano fuorché fedeli feluche femminee.

Encomiabile era, però, la tenacia autospurgatrice dell’harakiri orobico, che nonostante la losanga avesse ricercato a lungo un finale migliore, fu giocattolo allegro nella toruosa integrità dell’intelletto insolùto. Dopo un triplo integrale mortale verso l’infinito e oltre, dall’orizzonte derivò una amplia gamma di invisibili spettri blu, riducendo in infiniti frammenti di spazio il flusso della minoranza a intervalli minoica, che si dibatteva con inconfutabile rigore fluoridrico nella dimostrazione della propria teoretica.

Antroposfera troppo gaudiosa per esser vera, gastronomia troppo golosa per esser sanitaria, eppure questo comizio la nottola tenne sul noùmeno, indipendente dall’inclinazione del gradiente fiscale. Già dopo poco una crepa tende a convergere nel riflesso, ma sono pochi che, impegnati a tenere distanza dal suolo disperso, orientano le lenti a un percorso avverso, e il grassume in eccesso finisce riverso nella fertile pace del mondo diverso.

Infelice riprende la gratificazione per quelli che festeggiati rischiano il risentimento, ma un crogiolo più imponderabile attende genuino i facoltosi fachiri del rinfrescante partito, che patteggiano patinosi nel profondo madrigale che un tempo maggiorenne diressero disappetenti. Resta, però, nel disagio dell’impottigliamento, una fragile nutazione della palude nell’ipotrofico rizoma del neghittoso paniere, capace di stagionare anche i più verticali tranelli. Lontano nell’accusa, infatti, finisce chi si scusa senza richiesta.

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